Passa ai contenuti principali

DI ONDE, ZENZERO E PISTACCHIO

Si erano conosciuti a causa delle onde. Quelle di lui arrivavano pungenti dai venti del Nord, quelle di lei da quelli caldi e insidiosi del Sud. Entrambi avevano dovuto trattenere il fiato e trovare la forza per non rimanere sul fondo e tirare fuori la testa per respirare ancora. 
Nonostante le onde avessero lasciato lividi profondi e ancora dolorosi, nulla impedì a entrambi di continuare ad amarle. Quello fu lo spunto della loro prima conversazione, che però risultò scarna di parole nonostante l’incontro fosse stato organizzato da mercanti di sogni per parlare di commercio, di seta e di conquiste. 
Era estate, e si sa, di onde sarebbe stato meglio parlarne con l’arrivo della stagione fredda.
Si salutarono con la promessa di vedersi al ritorno dei loro viaggi. 

Un giorno qualsiasi, ad un’ora qualsiasi di un pomeriggio di caldo arrivò un messaggio che parlava di punk. Asia, il cui nome era stato scelto da una madre che aveva sognato di perdersi tra le spezie e la meditazione, rimase sorpresa e rispose parlando di religione. Si ritrovarono a discutere di inverni e guerre, di terre lontane, cavalli e libri sul comodino che dovevano essere finiti. Le conversazioni si intrecciavano come un cestino di vimidi che avrebbe contenuto, per una strana serie di coincidenze, esperienze comuni, credenze, di voli persi, sogni infranti e altri da realizzare, memorie fatte di istantanee e dolori sopiti, ma impossibili da dimenticare. Durante i loro scambi epistolari avevano viaggiato per i cinque continenti senza però mai parlare di commercio. Ci sarebbe stato tempo si erano detti. Vagamondi inseguendo il sole. 

Un giorno qualsiasi di fine estate, ad un’ora tarda in una notte di luna piena Giulio scomparve, lasciando in sospeso un discorso sul cinema francese. 
Asia pensò fosse normale. Uno come lui non da il preavviso né quando parte né quando torna. Passarono giorni, notti. Giulio era volatile come la schiuma di una mareggiata. L’equinozio segnò il ritorno dell’autunno e con lui di quell’uomo silenzioso e riservato. Il messaggio questa volta aveva gli accenti dei cugini d’oltralpe, ma terminò con i suoni più accoglienti di quelli ispanici.
Era tornato, ma non per non rimanere. Forse solo per parlare, un pò.

Fu decisa una terra neutrale in cui incontrarsi. Un luogo dove trovare tutto ciò di cui si erano scambiati opinioni e di quello di cui avrebbero voluto parlare, ma non ne avevano ancora avuto il tempo. 
Girarono a lungo tra i volumi colorati e scaffali colmi di ogni tipo di letteratura per decidere di sostare davanti a un dolce alla mele, un caffè e una limonata. Conoscevano l’uno dell’altro intimi segreti e storie mai narrate, ma l’imbarazzo era quello di due sconosciuti.
Per liberarsi dalla corazza era necessario camminare. “Penso meglio quando sono in movimento” disse perentorio lui. Asia accolse la richiesta senza rimostranze, seguendo semplicemente il flusso delle cose. Fumarono tabacco che sapeva di Africa, passeggiando lenti tra le vie di una città in eterno movimento. Un alternarsi di domande e rispose, parentesi e accenni che assomigliavano più a una partita a scacchi che a una di tennis. La voglia di scoprirsi era pari a quella che si ha di non leggere troppo in fretta un libro che ti prende. Temperanza e pazienza. Si fece presto l’ora della cena e con lei la città si riprese il suo tempo e la sua frenesia. Asia lo salutò come tre ore prima, con due veloci baci sulle guance, che come la prima volta lo lasciarono fermo su se stesso come l’insetto stecco. Ancora una volta non si era parlato né di commercio né di seta. 
Asia che di natura assomigliava a uno Tzunami di entusiasmo, era stata morigerata, per lo meno così le era parso, temendo di sbeccare la ceramica di quell’uomo senza età.
Già quanti anni aveva Giulio? Spannometricamente poteva averne tra i 30 e i 50. I tratti gentili del volto e la pelle elastica avrebbero fatto pensare a un giovane uomo, mentre qualche pelo bianco e  loo sguardo vitreo di chi ha tante storie da ascoltare davanti a una bottiglia di rosso, facevano pensare a un girovago il cui tempo non seguiva le convenzioni dell’uomo. Era importante avere un numero? Ad Asia non sembrava. In effetti non le importava avere delle certezze su quell’uomo. Aveva imparato che la ricerca delle certezze spesso è il primo passo per far vacillare le fondamenta di un ponte.
Quella sera, come se fosse già stato scritto in un copione, Giulio sparì. Asia pensò fosse normale. Uno come lui non da il preavviso né quando parte né quando torna. La promessa era implicita nell’intreccio del braccialetto di filo grezzo che le aveva regalato.

Sembrava fosse passata poco  più di un’ora da quando si erano salutati che Giulio tornò.

L’idea era di vedersi dove le onde si erano incrociate la prima volta. All’ultimo a causa di una mareggiata improvvisa, la cosa saltò. Asia non si stupì, il suo stomaco aveva anticipato la telefonata di Giulio e le aveva ricordato di non avere aspettative. La libertà di quella relazione era proprio non averle, ma di poter apparire e scomparire. 
“Scegli il giorno e l’ora” scrisse Giulio. 
“Tu il luogo”.
Si accordarono per vedersi in Africa, o giù di lì.

“Vi stavo aspettando” disse Hassam guardando il vecchio orologio da polso. In effetti non avrebbe potuto sbagliare ospiti, tratti troppo poco faraonici per essere di casa.
Hassam decise che lei avrebbe mangiato riso e lui cous cous cous, ma non prima di aver assaggiato i famosi falafel di Aida, la figlia. Non vi era stato diritto di replica, nemmeno sul bere poiché non servivano alcolici. 
Nell’attesa il padrone di casa aveva deciso che era necessario assaggiare le salse tipiche dell’Egitto, facendo attenzione a quella più a destra, troppo piccante per un palato delicato.
Asia e Giulio guardandosi negli occhi avevano stabilito che le mani sarebbero state le migliori posate da utilizzare. Giulio faceva bocconi piccoli e lenti, non lasciando spazio per vuoti di parole.
Asia lo ascoltava attenta cercando di non perdere nessun particolare di quell’uomo per quanto ne sapeva poteva essere tanto un serial killer quanto un famoso narcotrafficante o, perché no, un contrabbandiere di antiche opere d’arte o un ladro gentil uomo. 
In fondo non aveva importanza. Stava bene in quel limbo. Non poteva prendere le misure, ma nemmeno le distanze. 
Arrivarono le portate principali. Piatti abbondanti e ricchi di tradizione.
Giulio era come il riso che Hassam aveva deciso di servire ad Asia: un nutrimento per l’anima semplice e diretto, intenso come il sentore di zenzero, dolce e salato come il pistacchio che regalava al piatto quel quid porta a mangiare, più per gola che per voglia. La sensazione di nuovo e di casa, in un sol boccone. 
Si erano trovati di nuovo a parlare di mare, di surf, di donne che sanno volare, senza mai andare troppo  troppo in là con la confidenza.
Asia osservava l’irrequietezza di Giulio colpa, forse,  di quel dito che aveva cominciato a mangiarsi senza nemmeno accorgersene e quell’inciso in alfabeto morse: “Un caffè e poi camminiamo?”.
“Volentieri” rispose lei sorridendo affettuosa.
Il caffè era nero, denso, di quelli che devi aspettare per sorseggiarli quanto per leggerne il significato. Tutti e due non amavano il caffè bollente. 
Asia prese la tazzina per guardarne il fondo.
“Una donna, probabilmente una strega, un giorno mi disse senza pretese, che avrei vissuto senza amore” la interruppe lui.
“Non credo, sicuramente era un caffè macchiato” sdrammatizzò lei, che alla magia credeva come alle coincidenze.
Nel pagare Hassam li redarguì perché si erano presentati con troppo poco appetito. Promisero che non sarebbe più accaduto.

Il primo freddo che tocca le guance a metà ottobre li riportò in Europa e a quella città che è per perfetta per essere conosciuta di notte. Gli  interni illuminati, le strade semi deserte, le chiese che segnano la strada e la sua storia. Parlavano e camminavano, camminavano e parlavano ben attenti a non sfiorarsi, a non valicare quel sottile limite di intimità. 
Asia rispondeva a Giulio facendo finta di non capire che nei tanti discorsi si nascondevano quesiti precisi che permettevano a lui di conoscerla quanto di rimanere al sicuro.
Arrivarono in fretta le prima ore della mattina senza che i due se ne accorgessero, nonostante avessero attraversato il vecchio continente, il sud America, le Indie e l’Africa. 
Erano tornati al punto di partenza. Asia, che per i dettagli aveva un debole, ripercorse velocemente il tragitto. Singolare si disse. Da quella piazza erano nate  cose importanti, altre erano state rimandate. Per quelle vie si era persa più di una volta, alle volte da sola, alle volte in compagnia, ma mai era riuscita a fare quel giro come aveva voluto, se non quella sera. 
Ringraziò con i due soliti baci rubati sulle guace. Come al solito la guardò impietrito.

Quella sera, a quella ora Giulio sparì, ma era normale. Uno come lui non da il preavviso né quando parte né quando torna. Ancora una volta non si era parlato né di commercio né di seta. 



Commenti

Post popolari in questo blog

W le DONNE, NON TUTTE PERÒ

Auguri, ma NON a tutte le donne
Il mio augurio è per quelle Donne che amano le donne, per davvero. Per tutte quelle che non fanno dietrologie, che si aiutano e fanno squadra, perché diciamolo, possiamo essere le peggiori nemiche di noi stesse e del nostro genere. Combattiamo le donne che si fanno promotrici dell’orgoglio femminile e poi sono le prime a fomentare i luoghi comuni.
Alle Donne non devi dire “NON ESSERE INVIDIOSA”, ne conoscono il significato e lo aberrano.
Donna AMA la Donna nella sua Bellezza, nella sua diversità. LOTTA contro chi vuole mortificare la tua femminilità: il nostro corpo non è un peccato mortale, lo è pensare che per essere al pari di un uomo si debba assomigliargli nei modi e nell’aspetto. Io dico: “No, grazie”. 
Rivendico la mia diversità e quella di amare la loro.  Rivendico il diritto di essere fragile, di piangere davanti a un film romantico, di non temere la cavalleria e non aver paura che qualcuno la usi.  Rivendico

JE SUIS FRIDA KAHLO, MA NON AMO COME TE

Cara Frida,
sì, sei andata oltre il mito svestendoti di quell’aura di superiorità per diventare umana. Fai meno paura, sei arrivabile, comprensibile, tangibile, fragile. Eri mito, ora (per me) sei donna. Come me. Credo saremmo diventate amiche, sai?. Forse esagero. Non credo, no. Assomigli molto alle mie amiche e donne che stimo,  quelle che vengono definite “donne con le palle”. Sono donne energiche, spavalde, forti. Hai presente quelle che ci sono sempre, che risolvo problemi e che sembra possano portare sulle loro spalle tutto il  peso del mondo senza aver bisogno di un sostegno. Ne hanno invece , per sopportare  quelli altrui e anche, dopo, i loro. Sono quelle donne che inseguono i loro sogni, i loro ideali con la grinta degli adolescenti, che si scaldano per un torto e che non si pentono mai di quello che hanno fatto, perchè, le ha portate a essere quello che sono.  Lamentano, in silenzio, di non poter mai essere “deboli”, perchè gli altri pensano “tanto lei ce la fa da sola”. Lo confess…